giovedì 31 marzo 2016

Homework #9 - Individuare, all'interno dell'opera letteraria, la "macchina" che ricopre un ruolo da protagonista e spiegarne il perché con le dovute citazioni.

Madame Bovary è un’opera complessa, che non si lascia chiudere in definizioni univoche. Per un verso Emma, con i suoi sogni, le sue aspirazioni ad una vita più intensa, fatta di bellezza e di sentimenti nobili, esprime una forma di contestazione della grettezza e della stupidità dell’ambiente borghese di provincia. Il personaggio, oggettivamente, ha una funzione critica: la sua noia e la sua insofferenza dei limitati orizzonti in cui vive sono il reagente che fa affiorare tutta l’intollerabile negatività di quel mondo, ed esprime il bisogno di un’alternativa ad esso, di qualcosa di più autentico. Però, per altro verso, soggettivamente è anch’essa partecipe di quella stupidità. I sogni romantici ricavati dai libri si degradano in lei a livello della mediocrità piccolo-borghese, si irrigidiscono in luoghi comuni; per cui, sia pur su un altro piano, Emma non è poi sostanzialmente diversa dal campione della mediocrità borghese soddisfatta, come il farmacista Homais. Strumento dunque di un’analisi critica di tutta la società e di tutta una mentalità, Emma è al tempo stesso oggetto e vittima di questa analisi implacabile.Significativa, a tal proposito, l’immagine delle galline, che
 «[…] accanto alle macchine agricole […] chiocciavano nelle loro gabbie piatte, sporgendo il capo tra le sbarre […]»
, cui viene affiancata quella della folla che si addensa
« nello stesso punto senza volerne sapere di muoversi […]». 
Metafore emblematiche del grigiore piccolo-borghese, come quella dei 
«tre operai ansimanti che giravano la gran ruota d’una macchina per fare l’acqua di seltz. […]».
Emma è una donna che si è creata un mondo fittizio, chiuso in se stesso, in cui trova poco spazio la realtà. È, come del resto gli altri personaggi, una macchina, che artificiosamente vive la propria vita. I suoi gesti sono il riflesso di questa “macchinosità”: 
«Leon continuava a leggere, Emma l’ascoltava, facendo girare macchinalmente il paralume di garza della lampada […]»; 
quasi un corpo che comunica senza suoni. Tuttavia non è l’unica all’interno del romanzo:
«Rodolphe rimescolò tutte le altre [lettere] e macchinalmente si mise a rovistare in quel mucchio di fogli e oggetti […]»
 e ancora: 
«Charles ripeté come una macchina […]».
Il termine, nella sua forma primitiva (macchina) e derivata, percorre il romanzo come un fil rouge, attestandosi nei luoghi salienti di esso, come a voler sottolineare la vuotezza di quel artefatto mondo piccolo-borghese.
C’è una scena in Madame Bovary, che divide il romanzo in due parti; è quella dell’operazione andata male, eseguita dal Dottor Charles, di cui resta vittima Ippolito Tautin, stalliere all’albergo del Leon d’oro. È un’azione misera, meschina, l’ultimo episodio di un’esistenza già fallimentare ma che si ingrandisce iperbolicamente nella struttura del romanzo, ne occupa simmetricamente il centro, prepara il ritmo discendente dell’azione e l’avvia verso la catastrofe, come in una tragedia greca. Dopo l’operazione fallita, Madame Bovary, disperata, grida:
«Ah! perché non sono almeno la moglie di uno di quei vecchi scienziati calvi e curvi i cui occhi protetti dagli occhiali verdi, sono sprofondati eternamente negli archivi della scienza! Potrei incedere con fierezza al suo braccio».
Questo breve monologo è declamato, con la voce terribile della delusione e dell’ira, da un personaggio che realizza finalmente, attraverso il destino di un altro, il proprio fallimento. In concomitanza con questo tragico epilogo ecco ricomparire il termine macchina, accompagnato da un significativo aggettivo:
« […] la pelle [del piede] appariva prossima a rompersi, tutta chiazzata dalle ecchimosi provocate dalla famosa macchina. […]».

Nessun commento:

Posta un commento